martedì 3 novembre 2009

In morte

Lo ricordo con piacere quando morì, tre forse quattro anni fa, durante la lezione di sociologia delle organizzazioni, tenuta da M. C.
Il professor C. durante uno dei suoi discorsi che così bene abbracciavano discipline tanto eterogenee disse, forse con una circonlocuzione del tipo il compianto maestro dello strutturalismo, che Levi-Strauss era morto. Io, voce un po' più alta del normale, dissi no guardi che non è morto e lui, impassibile, nono, purtroppo è morto da qualche anno. Col sorriso paterno di chi sa che tu (io) hai detto una cazzata, perché Tristi tropici è un testo tanto vecchio, perché Racliffe-Brown è morto e pure Malinowski e non c'è ragione per la quale anche Lévi-Strauss, il classico polveroso, sia ancora vivo. E io instisto, gli faccio no, si fidi che Lévi-Strauss è ancora vivo, sono sicuro e lui ma no, anche io son sicuro, e allora interviene una collega che dice ma guardi, prof, è sicuro - puntodidomanda - sono convinta anche io che sia vivo. E lui allora date un'occhiata a internet, ho paura che sia morto davvero, da qualche anno. E io ci sono andato, su internet, a vedere se era morto.
Son tornato, il giorno dopo, con un sorriso da pirla vanaglorioso, il solito, insomma. Non mi sono manco ricordato di dirglielo, al professor C. che Lévi-Strauss era ancora vivo.

mercoledì 30 settembre 2009

Se questo è un sociologo 5 - La morte

Finalmente. La sociologia, in Italia, è morta.

È morta perché in questo Paese "Sociologia" è troppo spesso il corso di laurea facile in una facoltà del cazzo di scienze politiche o, peggio, un esamino da sei crediti tirato su alla bell'e meglio e preparato in due giorni da psicologi o scienziati delle merendine svampiti e ignoranti.
È morta perché le migliori e le più rinomate facoltà che abbiamo - quelle, per intenderci, che una volta ogni tanto un ricercatore buono lo producono - si stanno lasciando invadere pacificamente da un'orda di pensieristi deboli da quattro soldi.
È morta perché non puoi intitolare un convegno "Senso pratico e processi di significazione" senza essere pervaso da un senso di disgusto profondo: non è una gara a chi ce lo ha più lungo, Cristo di un Dio, non vince chi mette più paroloni idioti o apre inutili campi di ricerca nei settori più cretini dell'attività umana.
È morta perché la ricerca, in Italia, passa da un economicismo inutile, da un miope brunettismo d'accatto a voli pindarici che solo un mentecatto potrebbe immaginare, dal dare risposte ovvie al porsi domande alle quali nessuno frega una ceppa della risposta.
È morta perché i programmi e i corsi vengono, sempre più spesso, decisi da idioti senza arte né parte. È morta perché la prima facoltà di sociologia del Paese ha come rettore quest'uomo, un uomo che ha eliminato i corsi di statistica nel nuovissimo ordinamento della triennale, un uomo che ogni mercoledì sera fa ballare nei cortili della facoltà i peggiori zarri delle valli trentine, facendo loro pagare un fottio di euro un Mojito, che ha fatto installare una palestra, una cazzo di fottuta palestra, nel piano interrato della facoltà ristrutturata. Un uomo che ha reso un luogo storico della contestazione italiana ed europea il bivacco di manipoli di fascisti muscolosi e rissosi.
Davide La Valle, il peggior preside di facoltà di sempre, ripeto, IL PEGGIOR PRESIDE DI FACOLTA' DI SEMPRE, lo scrivo anche in grassetto, IL PEGGIORE PRESIDE DI FACOLTA' DI SEMPRE.
La sociologia in Italia è morta perché Franco Ferrarotti passa le sue giornate ad elemosinare un'intervista da romantico picchiatello a Fabrizio Frizzi per "Cominciamo bene".
È morta perché ha prestato il fianco a tutte le peggiori avanguardie finto-rivoluzionarie, composte da burattini ignorantotti che pensano che Toni Negri sia il nuovo Marx. E le ha prese sotto la sua ala, accogliendo gli studi di genere, gli "studi" disobbedienti, l'etnometodologia spinta, l'etnografia fisting-anal-preteen-animal.
È morta perché Alberoni vende troppo. È morta perché in alcune parti d'Italia Zygmunt Bauman ha sostituito Weber tra gli esami dei classici, senza che nessuno se ne sia accorto, che nessuno abbia detto "bà". Niente. "Leggiamo a pagina 38 il salmo della vischiosità". Parola di un vecchio idiota. Amen, porcodio.
È morta perché, dai, guardiamoci intorno e gioiamo del disastro.
È morta, finalmente. Ce la siamo levata dai coglioni.

mercoledì 19 agosto 2009

Google Insights e comunicazione politica, ovvero: in momenti di carestia, ogni buco è galleria

C'è questo nuovo meraviglioso strumento che Google, il colosso dell'informatica che un giorno ci ucciderà tutti, ha prodotto apposta per quelli che come me puzzano di sfiga lontano un miglio, anche ad Agosto.
Si chiama Google Insights, lo ha segnalato sul sito del Corriere uno che, nel frame alto del suo blog ha Silver Surfer. Un vero giovane. Nel 1982.
Insights, oltre a essere la prova che tutte le mie ricerche zozze su interet vengono gelosamente custodite e tenute in considerazione per costruire indici di depravazione commissionati dalla grande G (graaazie grande G!), ci offre una bella, non bellissima ma bella, occasione per dare un'occhiata agli internauti (che brutto termine) del più grosso motore di ricerca del mondo. Cosa cercano - con che variazioni temporali e tutto - e in che proporzioni cercano quello che cercano.

- Minchia zio se puzzi di sfiga
- Sì, lo so, non ne faccio mistero
- Ah, beh, allora...

Esempio, riferito al periodo 2004 - Oggi, perché Google solo questi dati ha reso disponibili:



Piccola legenda cronologica:
Elezioni Politiche - 9 e 10 aprile 2006
Prima crisi del governo Prodi - febbraio 2007
Mastella sbatte la porta, seconda crisi del governo Prodi - gennaio 2008
Elezioni Politiche... Di nuovo - 13 e 14 aprile 2008
Puttanoni-gate - giugno 2009 e successivi.

Un paio di appunti.

1) Berlusconi ha sempre, dico, sempre il centro della popolarità (in positivo o in negativo, non è quello che conta). Le uniche volte che non ce l'ha è perché nel centro-sinistra succede qualcosa, anzi, una cosa ben precisa: una crisi di governo. I mesi nei quali Prodi supera Berlusconi nel rating delle ricerche in Italia sono quelli in cui cade. Non è delizioso?
2) La campagna del 2006 è stata una campagna elettorale. Ci sono stati gli incontri in Tv, ci sono state un sacco di cose carine, Prodi che dà del nano a Berlusconi, Berlusconi che dà dei coglioni a metà del paese... Quella che in un paese anglosassone chiamerebbero "rissa da bar" e che noi chiamiamo "dibattito acceso". Ecco, la campagna 2008 non è una campagna elettorale. Sembra più che altro una gara a chi piscia più lontano tra due vecchi. E' per questo che vediamo un impennata nelle ricerche più modesta, sia per l'inconsistente Veltroni, sia per Berlusconi.
3) Ci sarebbe da fare tutto un discorso su questi dati, proprio per la loro natura. Sulle caratteristiche socio-anagrafiche degli utilizzatori medi della rete, su quanto queste si adattino a dati come questi; ci sarebbe da fare anche un altro discorso, ridugardante stavolta il voyerismo internettaro che fa schizzare la curva di Berlusconi a giugno 2009: nella top 3 delle ricerche più frequenti, fatto a 100 la chiave "berlusconi silvio", la seconda è "berlusconi foto" e la terza è "berlusconi governo".
Però c'è un'altra questione che mi preme.
Questi dati (fossero un po' più precisi e capillari, per esempio dando dei numeri assoluti e non normalizzati... fanculo grande G!) sono interessanti perché ci danno un'idea, seppur vaghissima, dell'interesse attivo per la politica d parte dei cittadini. Per attivo intendo qui un'accezione del termine - come è intuibile - mooolto ampia. Eppure, andare a cercare la parola Berlusconi su internet è, di per sé, un'azione. Un'azione che è influenzata da un "campo" [1] informativo, politico, financo economico. Ovviamente questi dati non ci dicono se chi usa la chiave di ricerca "berlusconi" lo faccia per attingere dalla saggezza del Premier o per informarsi di quale cazzata ha sparato il vecchiaccio oggi. Gli stessi dati sono vaghi, vaghissimi riguardo alla quantità di interesse che chi cerca ha nei confronti dei risultati (ovvero, perché cerco Berlusconi su internet? Non ho niente da fare in ufficio o mi informo tutti i giorni e riscrivo tutto nei miei quaderni con caratteri minuscoli come il maniaco di Seven?). In altre parole, da questi dati non ri può ricavare molto.
Sembra però esserci una relazione, inaspettatamente forte per quella che è la letteratura classica, tra fatti politici, mediatizzazione di quei fatti e mole di interesse per gli stessi.
Se si facesse un confronto comparato con la frequenza dei tre termini nelle prime pagine dei giornali nazionali degli ultimi cinque anni, probabilmente, vedremmo curve simili (questo non ho voglia di dimostrarlo, ché è lungo e palloso, ma fidatevi, una cosa simile l'ho fatta e, a spanne, i dati non si discostano di molto).
Le polemiche, le crisi di governo, le sparate, i provvedimenti, la loro volgarizzazione per il pubblico producono qualcosa. Lo si sa. Ma cosa? Semplice interesse, curiosità, ribrezzo? Chi ha "prodotto" una campagna elttorale moscia come quella del 2008? Chi l'ha addormentata? C'è sicuramente un differenziale di popolarità tra l'attuale premier e l'opposizione più cretina della storia della Repubblica, quello è sicuro: ma quanto Berlsuconi, che è in un'evidente situazione di sovraordinazione [2] rispetto agli avversari può avere la capacità di influenzare l'intero sistema? Quanto il potere che ha può modificare l'interesse delle persone su di sé, sulla sua persona? Qual è il target dei messaggi della politica?
Oh, domandoni, mica cazzi.

Note:
[1] non vi definisco il termine campo perché la questione è lunga e non l'ho capita bene nemmeno io
[2] non solo perché ha le televisioni, ma proprio perché è più bravo degli altri ad attrarre l'attenzione su di sé